
01. L’età medievale: risorgive e paludi note a pag.12
Bressanvido, 12 agosto 1479(1). Siamo ormai al termine dell’età medievale ed il neonato Comune di Bressanvido è in lite con il monastero di San Felice di Vicenza, assoluto padrone del paese, che desidera un aumento della quota dell’affitto che la comunità è tenuta a versare.
Ma gli uomini di Bressanvido, a giustificare la loro netta e motivata contrarietà, forniscono delle testimonianze inconfutabili: sono stati loro a determinare il plusvalore del territorio di Bressanvido, prima del loro arrivo c’erano solo risorgive e paludi. Inizia così un prezioso documento che riguarda precipuamente Bressanvido, il paese che più di tutti fin dalle origini è stato interessato dal fenomeno delle risorgive, al punto tale che per quasi tutta l’età medievale lo stesso insediamento umano fu scoraggiato o addirittura reso impossibile dall’eccessiva, ingombrante, presenza d’acqua, che si insinuava entro il fitto bosco, le vegre, i pascoli, danneggiando le prime coltivazioni arative (2).
Mentre in altri paesi vicini, come Sandrigo e Longa, le risorgive non impedivano il lavoro agricolo dei campi, a Bressanvido le piene dei corsi d’acqua scarsamente o per nulla irregimentati e la fitta presenza delle risorgive non permisero di fatto la pratica della coltura cerealicola
fino alla metà del XV secolo. A dare man forte agli uomini di Bressanvido nel contenzioso con il monastero vicentino, ci furono alcuni anziani testimoni, abitanti nella zona. Si presentarono nell’ordine Francesco Ferrari da Sandrigo, Antonio Comello, Benvenuto di Domenica detto Vescovo da Sandrigo, Gherardo fu Zallone da Sandrigo e Gregorio fu Nicolò della Contina.
Uomini forti e consapevoli, dalla calvizie incipiente e dalla barba candida, poco abituati allo sguardo inquisitorio del monaco rogante e perciò tutti concentrati nello sforzo di ricordare. Dalle loro parole si apre uno scenario chiaro e completo sui protagonisti e le modalità dell’insediamento a Bressanvido, la cui ricostruzione ci permette di capire che prima di quell’esaltante XV secolo le risorgive a Bressanvido non facevano altro che alimentare il terreno paludoso ed impedire la coltivazione dei campi.
Verso il 1420 (3) erano giunti a Bressanvido tre uomini, Bettinardo,Bettone e Bariza, provenienti da Gandino, presso Bergamo (4). Al tempo del loro arrivo, il paese era di fatto spopolato: il saccheggio degli Ungari del 1413 aveva inferto l’ultimo duro colpo ad una realtà abitativa già precaria, tanto che si contavano ormai solo due o tre capanne di paglia per tutto il territorio comunale. Nessuna coltivazione veniva praticata, dappertutto si faceva strada il terreno
paludoso o vegro (5), c’era solo qualcuno che portava ancora a pascolare i suoi armenti, cercando di sfruttare i prati, la vegra ed i boschi ormai lasciati all’incuria. Dai vicini centri di Lupia e di Sandrigo si commentava con una punta di amarezza la fine ormai imminente del paese di Bressanvido, che i monaci di San Felice possedevano fin dall’inizio del X secolo. Davanti ad una tale disperante prospettiva, i nostri tre coloni ebbero il merito di non abbattersi e credere fino in fondo ad una rinascita del paese, che avrebbe giovato anche alle loro tasche. Per prima cosa i tre ex bergamaschi incanalarono le sorgenti d’acqua, poi si misero a ridurre a coltura terreni ormai abbandonati o ridotti a palude, attorno al 1430 cominciarono a costruire case in muratura con tetti di coppo, si attrezzarono per la difesa del paese innalzando un’altura artificiale; il loro operato fece venire la voglia a più di qualcuno di venire ad abitare a Bressanvido. Verso la metà del secolo finalmente la comunità decise di erigere una chiesa, dato che la precedente era ormai diroccata o completamente distrutta. Il nuovo tempio aveva le pareti in solida muratura, il tetto di coppo e la casa canonica a fianco col solaio, l’aia e il brolo. Insomma, nel giro di una ventina d’anni il paese appariva rinato, per cui, a detta dei testimoni, quella possessione monastica che prima poteva valere 2000 ducati, dopo l’opera di Bettinardo, Bettone e Bariza ne valeva cinque volte
tanto. Non so, concludeva il sessantenne Benvenuto “Vescovo” da Sandrigo, se sono stati trovati altri uomini che hanno dato utilità ad un paese, quanta ne diedero quelli citati di Bressanvido.
02. L’età moderna: campi e rogge
Torrente Longhella, acqua Tergola, acqua Lirosa, acqua del Rio o della Pietra, fonte Rizarda o della Vegra, Prati dall’Acqua, Ghebissolo, rio Pra’ da Casa, Fontanelle, Fontanon, roggia nuova in Rovegliara, roggia Turca, rio al Castellaro, Fontana, Fontanazzo, Rosta, Fonte, Bampadore. La toponomastica cinquecentesca di Bressanvido e Poianella (6) non lascia dubbi sulla nuova organizzazione territoriale, che aveva creato rogge, ruscelli e canali di scolo dell’acqua nascente e/o corrente, cinta da argini più o meno robusti per separarla fisicamente da prati e campi, che ormai rappresentavano la principale fonte di sostentamento per le famiglie locali.
Nel giro di pochi decenni, dunque, l’acqua di risorgiva da vera e propria iattura era divenuta la grande ricchezza del territorio, da sfruttare con oculatezza: ciò soprattutto a partire dal 1556, anno in cui il governo ducale di Venezia, da sempre attento ai flussi d’acqua dell’area veneta (anche per una questione di sopravvivenza della laguna, collettore di tutte le acque provenienti da nord-ovest), decise di istituire la
Magistratura alle Acque. È stato questo provvedimento a originare le rogge ed i fossetti di scolo delle acque. Questo organismo, che doveva sovrintendere i corsi d’acqua nel Veneto, fin da subito fu dotato di poteri eccezionali che ne facilitarono il particolare dinamismo: fissò suoi stabili rappresentanti in ogni podesteria; provvide ad eseguire meglio le opere di difesa degli argini; si ingegnò per ricostruire in maniera più solida i ponti; si diede da fare per ripulire il letto del Brenta e dei canali già esistenti, in modo da favorire il deflusso delle acque ed avviare un’opera di prosciugamento dei terreni, che da paludosi o comunque sterili dovevano diventare via via coltivabili e sempre più fruttuosi.
Ma forse il merito maggiore della Magistratura alle Acque veneta fu quello di aver permesso e incentivato la costruzione di nuovi canali di scolo dell’acqua, utili per l’irrigazione dei terreni, istituendo una speciale commissione, detta dei Provveditori sopra i Beni Inculti, che doveva esaminare i progetti di scavo, di norma inoltrati a Venezia da un agrimensore (il geometra dell’epoca) per conto di un proprietario. L’obiettivo di quest’ultimo era di migliorare la resa agricola dei suoi terreni attraverso l’escavazione di una roggia, che portasse l’acqua da un fiume o da una risorgiva ai suoi campi e garantisse pertanto l’irrigazione dei fondi coltivati in ogni momento dell’anno, soprattutto
in caso di siccità. Facile quindi immaginare quello che successe poi: molti proprietari, generalmente nobili o comunque benestanti, a partire dalla metà del secolo XVI e almeno per altri 240 anni, moltiplicarono le commissioni agli agrimensori locali. L’obiettivo era quello di creare una disposizione razionale delle rogge, utili a far funzionare le ruote di mulino (presenti a Sandrigo fin dal Trecento (7)), ad irrigare le coltivazioni, ma anche a convogliare l’acqua delle inondazioni.
È così che nacquero molte delle rogge che compongono tuttora il paesaggio agrario della cosiddetta “fascia delle risorgive” , alternandosi alle distese di campo o di prato e continuando nella loro primitiva funzione di irrigazione e di scolo dell’acqua in eccesso in occasione di violenti acquazzoni. Giova aggiungere che le mappe disegnate dagli agrimensori, allegate alla domanda di concessione e sottoposte all’esame dei Provveditori veneti, costituiscono materiale prezioso per lo storico, oltre che motivo di interesse per l’appassionato, proprio per l’estrema precisione nella rappresentazione dello spazio considerato, con i campi, le case, i luoghi sacri, le vie di comunicazione; il tutto con l’indicazione del proprietario laddove si trattasse di bene privato.
E proprietà privata potevano essere persino le risorgive. La roggia Lirosa, che aveva il suo fontanile presso la casa dominicale
bressanvidese dei monaci di San Felice, apparteneva tutta agli stessi religiosi vicentini, come si desume da un documento del 30 aprile 1640 (8). Il 23 novembre 1493 (9) la contrada Ronchi a Bressanvido era meglio definita “del Cao del Rio”, dove spuntavano le acque del ruscello omonimo; l’intera area apparteneva pressoché tutta intera al monastero di San Felice, che faceva lavorare i suoi beni a Battista Bariza e ad Antonio Betton, discendenti di due dei “pionieri” bergamaschi fondatori di Bressanvido. Lo stesso Rio procedeva poi verso il Castellaro, antico centro del paese dove in epoca medievale sorgeva un castello (in fondo all’attuale via S. Rocco) e dove il 12 ottobre 1530 si trovava ancora una pozza di “acqua morta” (10). D’altronde la lunga e faticosa operazione di incanalamento dell’acqua proveniente da torrenti o risorgive aveva inevitabilmente prodotto nuovi alvei, rami secchi, fossi di scolo, e non sempre era facile evitare la stagnazione dell’acqua o, peggio, l’impaludamento. A Bressanvido nel 1665 in via Vegra il monastero di S. Felice possedeva dieci campi di palude ed un lotto prativo di 17 campi chiamato “Prati dall’Acqua” (11). A Poianella per tutta l’età moderna fino all’inizio dell’Ottocento (12) persistette un’area paludosa che rimase ostinatamente indenne da ogni tentativo di bonifica. A Longa nell’attuale via Bosella lungo la sponda sinistra del torrente Laverda, in una vasta zona interessata
dalle risorgive, esisteva l’eloquente località Palude (13). A Sandrigo il fenomeno fu addirittura ancora più duraturo, dato che ancora nel secondo dopoguerra si registrarono porzioni di terreno paludoso o melmoso nell’area a sud-ovest delle odierne scuole medie, l’antica località Zucuolo, dove alcune risorgive formavano la testa di fontanile del torrente Astichello. Una volta scavate, fosse e rogge dovevano essere perfettamente manutenzionate.
Tra i doveri stabiliti dal contratto di locazione del 1627 (14), sicuramente il più completo nei suoi 21 articoli, i conduttori dei fondi monastici di Bressanvido dovevano senza alcuna spesa per il monastero anche controllare la profondità di rogge e fossati, scavandone ogni anno la terza parte o addirittura metà, a seconda della particolare importanza del fondo confinante, da proteggere da esecrate alluvioni. Inoltre tra i suoi compiti, fissati il 10 novembre 1725 (15) da un preciso contratto, Mattio Carletti, gastaldo del monastero di San Felice ed amministratore della tenuta di Bressanvido, aveva anche il perfetto mantenimento dei fossati per le acque di scolo e per l’irrigazione: S’invigilerà pure acciò siano scavate le fosse, che circondano le Campagne sudette come col far far li cavini necessari, e portar la Terra dove più li parerà, e potesse onorar osservando in oltre che le Campagne stesse siino scolate dall’Acque. Ma qual era la
profondità originaria di tali fossati? Lo scopriamo da un contratto d’affitto del 15 novembre 1565 (16), in cui il monastero affidava a tale Guido Martini fu Pellegrino una cospicua serie di beni situati a Bressanvido, tra cui anche un lotto prativo con albari e salgari (17) in contrada del Rio ovvero Rovegliara. Tra i confinanti del lotto, verso est, “la roggia di proprietà del monastero appena scavata, profonda dieci piedi”, tre metri circa (18). In base ad una parin ticolare clausola del contratto, Guido Martini poteva rendere ancora più profonda quella roggia e portare la terra di ricavo dove volesse.
03. L’età contemporanea: le risorgive temporanee
L’abate Gaetano Maccà nella sua celebre Storia del territorio vicentino, descrisse con esattezza il paesaggio di borghi e villaggi, così come si presentava all’inizio dell’Ottocento. Definì Bressanvido soggetto a sorgenti di acque, così che per tutto ove si scava trovasi acqua, e di buonissima qualità (19). Anche Pozzo, l’antica Pozzoleone, era conosciuta per le sue risorgive: Vi sono poi altri piccioli rivoli, che irrigano questa villa per la maggior parte provenienti dal suddetto fiume Brenta, e altri che hanno la loro origine da diverse fontane che quivi si trovano, dalle quali ha la sua origine anche il fiume Cerisone (20). Poianella invece si caratterizzava per la presenza di pesci e
crostacei d’acqua dolce: Il suo terreno è sottoposto a sorgenti di acque; laonde quivi si trovano molte picciole fontane, e piccioli ruscelli, con fossatelli: per lo che il luogo abbonda di pesce minuto, cioè di gambari, marsoni, lardorolli (21), lamprede, e di altra specie, co’ quali si fa una frittura assai buona e stimata.
Tra le sue fontane due ve ne sono di rare, una chiamata fontana dell’Oro, l’altra fontana Rigarella, le quali per quanto secco faccia, sono sempre abbondanti di acqua, e assai buona e perfetta (22). Meno doviziosi di informazioni i riferimenti del Maccà alle risorgive in paesi come Sandrigo, Ancignano, Lupia e Longa, che pure denunciavano tale fenomeno. Ma proprio l’area tra Longa e Sandrigo, corrispondente alle attuali contrade Bosella, S. Corona (nel Comune di Schiavon), Megolon, Cibalde e Campi Alti (nel Comune di Sandrigo), era interessata e, spesso, angustiata da un grosso problema: i sortumi, ovvero le “risorgive temporanee che appaiono nei prati dopo abbondanti piogge cadute in montagna” (23), che in quell’area si presentavano come polle di acqua nascente, limpida ed abbondante, che spuntavano improvvisamente dai campi, allagando spesso il raccolto, per poi scomparire con la stessa celerità con cui erano apparse.
Per capire la consistenza del fenomeno, basta riferirsi al dato di
Sandrigo (il Comune più colpito dalle risorgive temporanee) fornito dal Catasto Austriaco, che negli anni 1826-1829 descrisse accuratamente la condizione di tutti i lotti, specificandone anche i proprietari. A Sandrigo furono rilevati 191,1 ettari di terreno sortumoso, divisi in 153 lotti prativi o arativi (24), su un totale di 2498,1 ettari di terreno. Pertanto l’area di Sandrigo interessata dalle risorgive temporanee era il 7,64 % dell’intero spazio territoriale.
La preziosa testimonianza di don Rizzardo Rossetto, parroco di Longa dal 1844 al 1885, ci definisce ancora meglio il problema, collocandolo nel tempo: Li 5 giugno 1879. Oggi aggiungo, che il Benefizio è diminuito di molto causa la dilatazione delle sorgenti, e la insolita frequenza, con cui succedono. Io son venuto nel 1844, e nei primi 22anni nessuna molestia. Nel 1866 le sorgenti pregiudicarono molto segnatamente il frumento. Nel 1872 egualmente. Nel 1876 restaron da seminare molti campi. Nel 1877 mezza stagion appena. Nel 1879 molti campi non seminati (25). Ma non si pensi che il fenomeno a Longa abbia riguardato solo gli anni 1866-1879.
Da un documento del locale archivio parrocchiale, infatti, apprendiamo che anche in precedenza il problema era molto sentito: il 24 febbraio 1817 il parroco di Longa, don Michelangelo Zerbato, chiese al Delegato Regio di Vicenza un assegno di sostegno, essendo venuto a mancare
l’attivo degli ultimi tre anni per le continue piogge o per i sortumi. Per inciso, occorre ricordare che la parrocchia aveva un lotto di terreno di quasi sei campi in via Bosella, località tra le più colpite. Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX alcuni contadini proprietari di terreni in via Bosella e in via S. Corona cercarono di risolvere il problema colmando i loro campi, cioè creando quasi un gioco di dossi e cunette, in modo che l’acqua sorgente scendesse nei punti più bassi ed il fieno o la paglia potessero essere essiccati sulle parti più alte, i colmi appunto. Dal secondo dopoguerra le risorgive temporanee si sono presentate sempre più raramente, mentre anche i colmi dei prati e dei campi sono oramai scomparsi a causa del progressivo livellamento del terreno provocato dalle arature.
Note:
01. Archivio Mezzalira, Stampa del Comune di Bressanvido, pp. 8-12.
02. Per una visione globale del difficile insediamento a Bressanvido si veda G. DELLAI, Il Braidum di San Vito, Vicenza 1999, pp. 67- 68, 88-89 e documenti II e III pubblicati ivi in Appendice.
03. A suggerire questa datazione è anche un documento del primo ottobre 1463, che tra l’altro attesta che i due bressanvidesi Zampietro Rosso e Baldassarre di Bettone vivevano a Bressanvido “da 40 anni e
più”: vedi ADVi, Stato delle Chiese, Bressanvido, busta 32, alla data; ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS. Felice e Fortunato, busta 525, Allegato all’Indice degli atti del monastero (documento a stampa), pp. 12-13.
04. Il loro nome funse da cognome alla discendenza. La famiglia Bariza fu presente a Bressanvido fino al Cinquecento, mentre i Betton dimoravano da queste parti ancora nel Settecento. Diverso è il caso dei Bettinardi, che compongono ancora oggi una delle famiglie più numerose del territorio comunale.
05. In una supplica al doge veneto del Comune di Bressanvido datata 17 ottobre 1489 i bressanvidesi esaltarono l’opera dei loro progenitori bergamaschi mirata a ridurre a coltura un terreno “boscoso e incolto, immerso nelle paludi” (totius paludinis nemorosus et vigrosus): vedi Archivio Mezzalira, Stampa del Comune di Bressanvido, p. 15.
06. DELLAI, Il Braidum, pp. 247-248.
07. ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS. Felice e Fortunato, busta 551: il 27 febbraio 1339 il monastero di S. Felice di Vicenza rinnovò a Nascimbene fu Ugo fu Pietro Cetere da Lupia e agli eredi di suo fratello Marco l’affitto di una posta di mulino con due ruote mosse dalle acque della roggia Lisiera, che si trovava al confine dei territori comunali di Sandrigo e Bressanvido.
08. Ivi, busta 537, ff. 54r-56v, alla data: si tratta di un affitto a tale Zuanne Thunioli e ai suoi fratelli Bortolamio e Paulo fu Francesco della corte dominicale del suddetto monastero, con brolo, orti, colombara, forni e le adiacenze, che confinavano ad ovest con i beni del monastero mediante la Lirosa sempre del monastero.
09. Ivi, busta 549, mazzo 5, alla data.
10. Ivi, mazzo 12, alla data: il documento tratta di un rinnovo dell’affitto ad Antonio Betton di una serie di beni di proprietà del monastero, tra cui anche un lotto prativo di otto campi siti a Bressanvido in contrada del Castellaro, presso una non meglio precisata aquam mortuam.
11. Ivi, Estimi, busta 337, f. 68.
12. A Poianella dovevano essere presenti vaste aree di palude, come sembra dimostrare il nome della contrada Paludi, attestata l’11 gennaio 1459, quando l’abate di San Felice, Pietro Paruta, affittò per cinque lire annue a Nascimbene di Antonio fu Giovanni da Thiene, abitante a Poianella, un lotto in parte boschivo, parte prativo e parte arativo con tre piantate di circa 10 campi posto a Poianella in contrada delle Paludi (ivi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS. Felice e Fortunato, busta 564, alla data); più tardi l’Estimo veneto del 1665 rilevò quasi quattro campi pascolivi e paludosi posseduti dall’Ospedale
della Misericordia di Vicenza in contrà Paludi a Poianella (ivi, Estimi, busta 338, f. 308); infine nel 1826 i rilevatori del Catasto Austriaco registrarono a Poianella un lotto di pascolo paludoso (ivi, CatastoAustriaco, Comune censuario di Poianella, busta 2633).
13. G. DELLAI, Schiavon e Longa, Vicenza 2005, pp. 89, 344.
14. ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS. Felice e Fortunato, busta 537, ff. 1r-3v; l’intero documento è pubblicato in DELLAI, Il Braidum, pp. 317-321.
15. ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS.Felice e Fortunato, busta 549, mazzo 110, alla data; l’intero documento è pubblicato in DELLAI, Il Braidum, pp. 323-324.
16. ASVi, Corporazioni Religiose Soppresse, SS. Felice e Fortunato, busta 549, mazzo 30, alla data.
17. Sono, rispettivamente, i pioppi ed i salici, vedi AA.VV., La sapienza dei nostri padri. Vocabolario tecnico-storico del dialetto vicentino, a cura del Gruppo di Ricerca sulla Civiltà Rurale, Vicenza 2002, alle voci.
18. Cinque piedi formavano un passo, che corrispondeva a 147 cm: vedi P. GIOS, Disciplinamento ecclesiastico sull’Altipiano dei Sette Comuni nella seconda metà del Quattrocento, Trento 1992, p. 31.
19. G. MACCÀ, Storia del territorio vicentino, II/2, Caldogno 1812, p. 119.
20. Ivi, p. 296.
21. Marsoni e lardaroli sono due vocaboli del dialetto vicentino che indicano il comune ghiozzo di fiume: vedi La sapienza dei nostri padri, alle voci.
22. Ivi, pp. 284-285.
23. La sapienza dei nostri padri, alla voce.
24. ASVi, Catasto Austriaco, Comune censuario di Sandrigo, busta 2645; nel dettaglio i terreni interessati erano i seguenti: 18,1 ettari di aratorio vitato sortumoso, 13,3 ettari di aratorio vitato moronato sortumoso, 68,2 ettari di aratorio sortumoso, 38,3 ettari di aratorio moronato sortumoso, 12,3 ettari di prato vitato sortumoso, 28,3 ettari di prato sortumoso e 12,6 ettari di prato moronato sortumoso.
25. Archivio Parrocchiale di Longa, Registro della Chiesa di Longa, f. 269.